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Medico, ma anche archeologo ecco l’antropologo forense

La serie televisiva statunitense "Bones", prodotta dal 2005 al 2017, ha il merito di aver introdotto nelle case di milioni di persone una professione sconosciuta ai più. A scrivere la sceneggiatura proprio un’antropologa forense oggi famosissima in America, Kathy Reichs, esperta di identificazione dei resti umani. Non serve però volare al Jeffersonian Institute di Washington (dov’è ambientata) per conoscere un’antropologa forense in carne, e “ossa”. In Italia, Elena Varotto (31 anni) è una delle migliori promesse di questa particolare disciplina complementare alla Medicina Legale: di origine veneta ma residente da diversi anni in Sicilia, collabora stabilmente con l’Università di Catania anche se i suoi progetti “senza frontiere” la portano in giro per il mondo, alla ricerca di “ossa” da studiare. La nostra “Temperance Brennan” (questo il nome della protagonista della serie tv) sconfessa il “gusto del macabro” e rivendica un interesse integralmente scientifico e multidisciplinare nel suo approccio agli scheletri, siano essi appartenenti alla storia o casi giudiziari da risolvere.
La sua notorietà è associata oggi alla recentissima analisi dell’urna che - secondo quanto si era creduto per secoli - conteneva le spoglie di Novello Malatesta, signore di Cesena, conservata alla Biblioteca Malatestiana della città romagnola. Assieme al fidanzato, neanche a dirlo paleopatologo, Francesco Maria Galassi, ha messo fine ai dubbi sollevati da diversi studiosi, e negato la corrispondenza tra il profilo biologico di Novello, deceduto nel 1465, e le spoglie analizzate.

In pratica, avete scoperto un falso storico?
«Esattamente. L’ultima fonte del 1905 sosteneva che l’urna contenesse un frammento di cranio e frammenti di ossa lunghe.  Quando l’abbiamo aperta, c’erano due pergamene all’interno di due cilindri di piombo, un pezzo di cranio, ossa lunghe e alcune ossa delle mani e dei piedi. Assieme a questi resti, anche due suole di calzature che un’esperta di moda del Rinascimento ha confermato essere coeve a Novello. Infine abbiamo rinvenuto tre ossa animali, una di queste con evidenti tagli di lama risultato della macellazione. Per avere certezza del risultato è stato fondamentale eseguire la verifica al radiocarbonio sulle suole, precedentemente reidratate, e su osso umano. Il risultato era preventivabile ma di certo non potevamo aspettarci di maneggiare i resti di un individuo di circa trent’anni ignoto, morto ben duecento anni prima di Novello. Dell’epoca del signore di Cesena restano, per ora, soltanto le suole».

Ma com’è stato possibile l’inganno per tutti questi anni?
«Nel 1811, la caccia alle spoglie di Novello in epoca napoleonica ha certamente favorito questa falsa attribuzione. È probabile che le prime ossa trovate nella piazza siano state frettolosamente attribuite al signore di Cesena, ma la scienza oggi sconfessa questa tesi. E chissà, nel prossimo futuro, forse nemmeno così lontano, potrebbe essere che riparta nuovamente la ricerca nella piazza antistante la biblioteca per trovare il vero Novello. Francesco ed io abbiamo setacciato tutto quel c’era all’interno dell’urna funeraria. Abbiamo trovato anche frammenti di chiodi e pezzi di legno, forse appartenenti a casse mortuarie precedenti. Le fonti parlano, anche se vagamente, di una prima cassa di cipresso, per cui ulteriori approfondimenti specialistici sono attualmente in corso per l’ultimo accertamento che potrebbe costituire un’ informazione importante per le prossime ricerche».

In questo caso Lei ha utilizzato le tecniche dell’antropologia forense più che dell’archeologia. È corretto?
«Tengo a spiegare la diversità delle missioni che mi trovo a svolgere. Da un lato l’antropologia forense ha come scopo primario l’identificazione positiva di un cadavere sconosciuto, quindi la ricostruzione del profilo biologico. Attraverso lo studio delle ossa, in team con il genetista, il biologo forense e medici legali, bisogna risolvere il caso e dare risposte nel tempo stabilito dal Pubblico Magistrato.
In archeologia, invece, pur dovendo sempre ricostruire il profilo biologico, rispondiamo alle domande degli archeologi: ad esempio da quante persone è composta la popolazione di un sito, quanti maschi, femmine e bimbi, quale età hanno, statura e le patologie osservate nei resti. Capita a volte di utilizzare in archeologia anche tutti gli strumenti di diagnostica medica moderna, i raggi X, la Tac, analisi chimiche e fisiche, come il Carbonio-14. Tutto ciò serve a ricostruire lo stile di vita e le condizioni di salute delle popolazioni antiche. Per Novello, ho contribuito applicando esattamente alcune fondamentali tecniche del forense all’archeologia, questo perché l’obiettivo finale era identificare precisamente le spoglie nell’urna, proprio come farei per qualunque caso con implicazioni di medicina legale».

Ma come è arrivata all’antropologia forense?
«Penso di non aver mai voluto fare altro sin da bambina. Mio nonno Romolo è stato capace di farmi innamorare della storia, perciò una volta terminati gli studi classici non ho avuto dubbi. Mi sono laureata in archeologia a Catania e poi ho ottenuto il titolo di antropologo fisico-forense e paleopatologo, recuperando anche la mia vocazione scientifica».

Cosa fa esattamente una giovane antropologa forense in un comune giorno di lavoro?
«Quando sono occupata in un sito archeologico, scavo anche per 8-10 ore al giorno. Il mio lavoro e quello dei miei colleghi è un mestiere di precisione. Quando ritroviamo delle ossa, dobbiamo scavare con metodo stratigrafico per riportare lentamente alla luce lo scheletro, capire cosa è successo nella tomba, ad esempio la natura dei processi che ha subito un individuo dopo la sua deposizione (azioni da parte di suolo, animali o violazioni), infine se ci siano sepolture anomale come accade quando l’individuo viene deposto con parti del corpo amputate. Meticolosamente sistemiamo in appositi sacchetti anti-umidità il corpo suddiviso per tipologia di ossa, che in laboratorio vengono lavate in acqua e pulite con uno spazzolino a setole morbide, infine fatte asciugare.
In archeologia ho senza dubbio tempi più lunghi per esaminare i resti, nel forense ovviamente c’è l’urgenza di risolvere il caso e restituire il corpo o quello che ne rimane ai familiari. La bellezza del mio lavoro sta sicuramente nella possibilità di spostarmi tra scavi archeologici e contesti medico-legali».

Oltre a Novello, quali altri colpi di scena dobbiamo aspettarci?
«Quest’estate ho scavato presso un sito complesso molto interessante con varie aree cimiteriali, in provincia di Enna – lavoro tutt’ora in corso. Poi con l’Università e la Soprintendenza di Catania mi sono occupata della ricostruzione demografica di alcuni individui, e studiando un pezzo di cranio della tarda antichità ho identificato con il mio team grazie all’istologia per la prima volta in antico un tumore raro (osteoma osteoide del seno frontale) di cui conosciamo soltanto pochissimi casi nel mondo moderno.
Ma non è finita qui: mi sono occupata anche di uno scheletro del neolitico rinvenuto recentemente in provincia di Catania durante alcuni lavori stradali. E, con Francesco, studierò delle mummie in giro per il mondo. Ma non posso dire di più, i dettagli sono per il momento top secret...»

Se dovesse indicare l’emozione più bella che il Suo lavoro Le regala, quale sceglierebbe?
«Fondamentalmente risolvo incognite, ma mi piace pensare che ritrovando l’identità delle persone ritrovo anche un pezzetto della mia. Studiare uno scheletro è come guardare in fondo a me stessa. Non posso vedermi, se non attraverso le radiografie (lo faccio, fidatevi), ma questo mio straordinario lavoro aiuta a ritrovare nel profondo motivazioni e passione. Amo tantissimo la mia professione e non potrei pensare di fare altro. A tal punto che immagino a 80 anni di scavare ancora con lo stesso entusiasmo e la stessa carica che mi appartiene».

Maria Santoro
Data ultimo aggiornamento 16 novembre 2018